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15 Aprile 2026

Trentino a Vinitaly: quando il vino racconta un territorio

di: Loris Odorizzi

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Verona, palcoscenico mondiale del vino. E il Trentino, ancora una volta, non si limita a partecipare: occupa la scena.

Tra i padiglioni di Vinitaly — la fiera internazionale che ogni anno trasforma Verona nel centro gravitazionale dell’enologia globale — lo spazio trentino ha catalizzato attenzione, incontri, degustazioni. Non una semplice vetrina, ma un presidio strategico: quello di una terra che ha fatto della qualità vitata la propria carta d’identità nel mondo.

A presidiarlo in prima persona il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti, accompagnato dall’assessore all’agricoltura Giulia Zanotelli e dal presidente del Consiglio provinciale Claudio Soini. Una delegazione istituzionale che ha incontrato produttori, operatori di settore e buyer internazionali — e, in un momento di pausa inaspettatamente simbolico, anche i rappresentanti dell’Aquila Basket Trento, a ricordare che il vino trentino è molto più di una bottiglia: è un sistema di valori condivisi, sportivi compresi.

Il messaggio istituzionale portato da Fugatti e Zanotelli è stato netto: la presenza a Vinitaly non è un atto celebrativo, ma una scelta di campo economica. Dietro ogni etichetta trentina c’è una filiera che fa squadra — cantine cooperative, aziende private, consorzi di tutela e istituzioni — con l’obiettivo di tenere il passo di mercati internazionali sempre più esigenti, orientando la produzione verso sostenibilità e riconoscibilità territoriale. Due parole d’ordine che nel vino trentino non sono uno slogan ma una pratica consolidata.

Il punto di vista nazionale: Centinaio e il valore del sistema-vino italiano

Vinitaly è anche il luogo in cui la politica incontra la filiera. E tra le voci più autorevoli in circolazione tra i padiglioni c’era quella di Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato e da sempre punto di riferimento istituzionale per il comparto agroalimentare italiano. Qui la sua lettura sul ruolo del vino come leva di proiezione internazionale del made in Italy — e sul necessario sostegno delle istituzioni al settore.

La rivoluzione silenziosa: quando il vino torna nell’anfora

C’è poi una storia che scorre in parallelo, più antica di qualsiasi disciplinare DOC, eppure straordinariamente contemporanea. Se ne è fatto portavoce appassionato Helmuth Köcher — The WineHunter, ideatore del Merano Wine Festival — che a Vinitaly ha presentato il progetto Amphora Revolution: una selezione di produttori italiani che hanno scelto di tornare alle anfore di terracotta, alle giare, al cocciopesto, riscoprendo una tradizione vinaria che affonda le radici in Georgia, circa ottomila anni fa.

Köcher ha guidato masterclass e degustazioni comparative, raccontando come ogni anfora sia un oggetto unico — irripetibile nella sua porosità, nella sua micro-ossigenazione — e come questo si traduca in vini che esprimono il vitigno con una profondità aromatica impossibile da replicare con acciaio o legno. L’effetto è quello di una sorta di amplificatore naturale del territorio: l’anfora non aggiunge, esalta.

In quota: dove l’altitudine diventa valore aggiunto

C’è  anche un’altra dimensione del vino, quella verticale, nel senso più letterale del termine. Le viti che crescono a quote elevate, vallate alpine della Valle d’Aosta, uve con caratteristiche impossibili da riprodurre altrove — acidità più spiccata, profumi più nitidi, struttura che sfida il tempo. Di questo ha parlato l’assessore all’Agricoltura e Risorse naturali  della Valle d’Aosta, Girod Speranza, mettendo a fuoco il tema della viticoltura di montagna come sfida tecnica ma anche come opportunità identitaria irripetibile.

In un’epoca in cui il cambiamento climatico spinge sempre più produttori a cercare quote più alte.

Cosa resta, dopo Vinitaly

Oltre le degustazioni e le strette di mano, Vinitaly lascia ogni anno tracce concrete: accordi commerciali, relazioni internazionali consolidate, idee che tornano a casa e diventano progetti. Questa edizione ha confermato una traiettoria chiara: non bastare a sé stessi, ma dialogare con il mondo portando una storia autentica — quella di territori che si esprimono nel bicchiere con la stessa coerenza con cui si esprimono nel paesaggio.

 

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Loris Odorizzi

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