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Attività:

Trekking nel Lagorai

  • Difficoltá
    Difficile
  • Durata:
    oltre le 8h ore
  • Lunghezza
    km
  • Dislivello
    m
  • Altitudine Massima
    2248m slm

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Due giorni nelle valli selvagge delle Cime di Tolvà – 2 febbraio 2002
Si può resistere a 15 gradi sottozero in una tenda a duemila metri in pieno inverno? Per rispondere a questa domanda, Girovagando ha deciso di accettare fieramente questa dura esperienza… mandando il suo cameraman! Tutti gli altri della troupe ovviamente si sono defilati con scuse più o meno credibili. Il sottoscritto, l’unico notoriamente amante delle camminate, è così rimasto fregato. Per documentare per voi questa selvaggia esperienza s’è messo le gambe in spalla e, sul groppone, circa 18 kg di peso tra attrezzatura da campeggio, video e fotografica. Una fatica infame, ma per Girovagando questo ed altro.

Trekking sulle Cime di Tolvà, Lagorai
Va precisato subito che senza una forte passione per la montagna e per la natura in genere, e soprattutto una leggera forma di masochismo latente, queste non sono esperienze adatte a tutti. Per chi è bendisposto in tal senso invece, le soddisfazioni sono realmente impagabili. Per due giorni si attraversano zone assolutamente solitarie e selvagge, in completa autosufficienza. Boschi fittissimi di abete rosso, larici secolari in quota, pianori e radure punteggiati di laghetti ghiacciati, costoni impervi che si arrampicano fino a forcelle da cui si aprono altri spettacolari e sorprendenti orizzonti. Per qualche momento ci si sente tutti grandi esploratori, e si respira a pieni polmoni una sensazione di libertà sempre più rara oggigiorno.

Winter Trekking
L’iniziativa è dell’Apt Lagorai – Valsugana Orientale Tesino che ha organizzato una serie di escursioni denominata Winter Trekking. Chi scrive ha partecipato al trekking denominato “High Lab”, poiché questo serviva anche come test per i materiali forniti dagli sponsor. Le prossime uscite sono il 23-24 febbraio (High Lab Extreme) e l’8-9-10 marzo (Lagorai Winter Trekking). L’organizzazione prevede l’accompagnamento di una guida alpina e di una guida escursionistica, oltre alla fornitura, per chi lo richiede, di materiale tecnico Ferrino come tende, sacchi a pelo, fornelli, zaini, racchette da neve eccetera. Sono forniti anche tutti i pasti sotto forma di un kit con generi alimentari predisposti appositamente: barrette energetiche, biscotti, cioccolato, frutta secca, té liofilizzato, brodo vegetale, formaggio grana, cereali eccetera, tutti prodotti rigorosamente biologici. Nel trekking non si cammina solamente ma, grazie alle guide, si ricevono nozioni di geografia, orientamento, storia e cultura locale, si impara inoltre a riconoscere i vari tipi di vegetazione, le piante del bosco e ad osservare le orme degli animali sulla neve. In questo itinerario si potranno osservare tutte le tipiche successioni selvicolturali della zona: anzitutto la pecceta montana in cui predomina l’abete rosso, con esemplari di abete bianco, faggio e sorbo degli uccellatori. Salendo in alto si incontra il tipico lariceto che precede il limite della vegetazione, con esemplari di ontano verde e pino mugo. Il sottobosco e’ costituito per la maggior parte da rododendro e tipiche graminacee alpine. Per tutte le informazioni riguardo ai vari trekking e relative iscrizioni ci si può rivolgere direttamente alla locale Apt Lagorai. Altre info sul sito dell’Apt Winter Trekking.

Partenza dalla Val Malene
Il trekking ha avuto inizio al campeggio di Val Malene, dove i partecipanti hanno potuto conoscere i dettagli del percorso e ritirare la propria attrezzatura. I temerari sono: Katia e Christian di Mantova, Stefano, Carlo, Riccardo e Patrizio di Correggio, Francesco di Pavignano sul Rubicone, Stefano, Matteo e Francesco di Cesena. Accompagnano il gruppo la guida alpina Daniele Lira e la guida escursionistica Andrea Boso, oltre a Cristina dell’Apt e al sottoscritto incaricato delle riprese video. Una provvidenziale nevicata di qualche giorno prima ha imbiancato il paesaggio come si deve. La lunga forestale di avvicinamento è così diventata un fiabesco corridoio bianco in mezzo al bosco con gli alberi carichi di neve. In tarda mattinata, dopo circa 5 km di marcia a discreto passo, la prima sosta per uno spuntino.

Sotto le cime di Tolvà
Nei pressi di Malga Orena si abbandona la forestale e, per tracce di sentiero, si risale un ripido costone nel bosco fitto. Guadagnamo un panoramico crinale boscoso a strapiombo su un vallone che precipita da Cima Orena. La fatica comincia a farsi sentire, ci sono i primi cedimenti fisici con soste forzate camuffate da soffiate di naso. Arriviamo alle radure in quota punteggiate da spettacolari larici centenari. Manca ancora poco, sulla rampa finale però non sono pochi quelli che ansimano come buoi sotto il peso notevole degli zaini. Finalmente ecco il pianoro del Lago Porta Bozze, completamente ghiacciato e inondato di sole. Un colpo d’occhio magnifico. Nella prima giornata si sono così guadagnati 900 metri di dislivello. Iniziano i preparativi di montaggio del campo. Si spiana la neve sul lago ghiacciato e si fanno le piazzole per le tende. Troviamo un grosso pezzo di bomba della 1a Guerra Mondiale, lo usiamo come picchetto. In un’oretta di lavoro alacre il campo è allestito senza difficoltà.

Aspettando il tramonto
Dopo aver montato il campo c’é ancora tutto il tempo per godersi il tramonto spettacolare, adeguatamene stra-fotografato. Il clima è mite, ma appena tramonta il sole la temperatura scende di brutto. Ci pare che manchi qualcuno. Ma dov’è quella coppia di Mantova? Si sono già infrattati nella tenda, con la scusa che lui non stava benissimo: tendiamo l’orecchio per captare eventuali rumori sospetti. Ci pare di cogliere solo un lieve chiacchiericcio, non troppo peccaminoso. Pazienza, c’é da preparare la cena ora: il campo brulica di gente che armeggia con pentole e fornellini a gas, l’odore di té caldo e minestra si diffonde nell’aria.

Arriva il buio
Una luna spettacolare sorge, quasi di sorpresa, sopra forcella Val de Pria, illuminando il campo come un gigantesco lampione. E’ incredibile quanta luce emani la luna: grazie al riflesso della neve ci si vede benissimo anche se ormai è notte. Molti ne approfittano per telefonare a casa coi maledetti cellulari. C’è una zona con il “campo”, purtroppo, e quindi si assiste alla processione di gente che va a telefonare, come se ci fosse la fila davanti alla cabina. Uno dei partecipanti, di cui tacciamo il nome, venuto probabilmente a fare il trekking “per dimenticare” un rapporto in crisi, trascorre quasi un’ora al freddo e ormai al buio sul costone a dibattere al telefono.

Prova di sopravvivenza
Lo stupore si diffonde quando al campo si apprende la notizia che Patrizio Ligabue, di Correggio, dormirà all’aperto, senza alcun riparo. Rifiuta caparbiamente il posto in tenda, nonostante le insistenze. Scambiamo due chiacchiere e ci facciamo spiegare come intende passare la notte. Patrizio è uno tosto, già avvezzo a esperienze del genere. E’ un grande appassionato di viaggi con all’attivo svariati trekking in Scandinavia e in Islanda, sempre in autosufficienza.

Trincea nella neve
Si scava una piccola trincea nella neve, quindi stende per terra un sacco da bivacco: all’interno una stuoia di gomma isolante e il sacco a pelo. Per vestiario un completo di pile verde con passamontagna. Assistiamo incuriositi alla preparazione. Patrizio si infila con difficoltà nel sacco tutto intabarrato, con piccoli sobbalzi, sbuffando e dimenandosi. La scena ci ricorda l’anaconda (il sacco) che ingoia faticosamente l’antilope, a bocconi. Patrizio vi si infila, lasciando spuntare, ancora per poco, solo la testa. Tra poco si rinchiuderà come in un sarcofago. Ci mostra anche una specie di maschera, con un tubo a “snorkel” per respirare in caso di bufera. Nessuno mostra eccessiva invidia per quella situazione. Tuttavia è affascinante pensare come l’uomo possa sopravvivere a 2000 metri senza riparo, in pieno inverno, in mezzo alla neve e al freddo. E non dev’essere male addormentarsi guardando i milioni di stelle nel cielo che si possono vedere da quassù. Buonanotte Patrizio, dormi bene. Noi intanto però andiamo in tenda. Non prima però di aver fatto ancora un po’ di chiacchiere al chiaro di luna.

In tenda
Si mangia, si beve, si ride e si scherza, si tentano foto notturne. Il freddo si fa pungente, verso le 21.00 si decide di infilarsi nei sacchi a pelo. Il termometro scenderà parecchio sottozero. Dormire in tenda in inverno a 2000 metri può sembrare terrificante, ma in fondo non è un’espererienza così terribile se si ha l’attezzatura adatta. Innanzitutto una buona tenda a doppio telo, una stuoia in gomma espansa come isolante dal terreno, un materassino gonfiabile a 5 tubi indipendenti (se si buca uno restano gli altri) e un ottimo sacco a pelo testato per temperature fino a -35°. Come vestiario è sufficiente un pile leggero. Per non patire freddo è indispensabile andare a letto con la biancheria asciutta e non umida, quindi è opportuno avere sempre con sé un ricambio, o comunque indossare biancheria tecnica che favorisca la rapida traspirazione.

Il risveglio
Durante la notte la battaglia russatoria tra la guida alpina Daniele Lira e me, sarà vinta dal sottoscritto con largo margine. Al mattino, le proteste dei partecipanti per il russamento e la vana ricerca del colpevole con domande a brutto muso: “Ma chi russava a quel modo stanotte?”. Ognuno scarica vigliaccamente la colpa sul compagno di tenda. Leggiamo il termometro: la minima è scesa a -13°. Risultato: una mia lente a contatto si disintegra appena la tolgo dalla scatolina. La tenda rimbomba dal bestemmione, i ghiaccioli tintinnano dentro le borracce. Per fortuna sono stato previdente e ho messo nel sacco a pelo le calze umide e tutte le batterie della macchina fotografica e della videocamera. Nella nottata stranamente sono stato tra i pochi ad aver battutto i denti per il freddo. Verso le sei del mattino il telo della tenda era tutto arancione: ho capito che fuori c’era un’alba fantastica. Ma l’idea di uscire dal caldino del sacco a pelo non mi arrideva per niente. Mi sono girato, vergognosamente, dall’altra parte. La giornata è livida, per fortuna non fa troppo freddo e non c’è vento. Il tempo migliorerà in mattinata. Vestirsi in tenda è, al solito, scomodissimo. Dopo aver calzato gli scarponi freddissimi, allacciato faticosamente le ghette congelate e indossato i freschissimi soprapantaloni, scopro con orrore di avere i pantaloni infilati a rovescio, la tasca dietro sul davanti. Fo finta di nulla. Dal Lago di Porta Bozze rimontiamo per ripidi versanti fino a Forcella Val de la Pria a m. 2145, tra Cima Orena a sud e Monte Tolvà a nord.

Tracce di lince sul Monte Orena!
Ridendo e scherzando è già mezzogiorno passato, facciamo una sosta. I più baldi partecipanti, scaricati gli zaini, salgono con la guida Daniele fino a Cima Orena a m. 2248. Io e gli altri franiamo a terra per una sosta ristoratrice. La fatica del giorno prima si fa un po’ sentire. Quelli che salgono alla cima sono premiati perché, oltre al panormama spettacoloso, scoprono delle orme di lince. Quando il gruppo è ricongiunto, dalla forcella caliamo rapidamente nel bellissimo anfiteatro sotto la Costa dell’Orena. Qui la neve è profonda anche mezzo metro, avanziamo in fila indiana con la neve al ginocchio. Il paesaggio è fantastico tra vallette incantate, radure e massi giganteschi. Pieghiamo verso sud in direzione del Palon della Cavallara, quindi risaliamo il costone che porta alla forcella. Scorgiamo molte tracce di animali: lepri, caprioli e camosci soprattutto.

Rientro dal Timoncello
Di fronte a noi vediamo distintamente la traccia del sentiero 387 che scende da Forcella Viosa e che porta allo Spigolo dell’Ave. Scavalchiamo la forcella e scendiamo sul versante opposto, lungo il sentiero 382 che risale dal Timoncello, un piccolo monte che prende probabilmente il nome dalle moltissime piantine di timo selvatico presenti sulla cima. E’ anche un bel balcone naturale dal quale si vede benissimo la Busa delle Marande e il Monte Agaro. Al Timoncello facciamo un’ultima sosta prima di affrontare l’ultimo tuffo di 900 metri di dislivello scendendo nel bosco fitto. Ormai siamo quasi alla fine del trekking. In mezz’ora di discesa nella neve fresca troviamo una traccia di sentiero che ci riporta nel Bual dell’Orena, e quindi alla strada forestale che abbiamo salito il giorno prima. Tutti i partecipanti sono molto soddisfatti, il tempo è stato clemente e il percorso decisamente spettacoloso. Non dimenticheremo questa esperienza. Un grazie soprattutto a Daniele, la nostra guida alpina, e al suo aiutante Andrea, che si sono prodigati al meglio per farci vivere questa piccola avventura nel cuore del Lagorai.

testi e foto di
Alessandro Ghezzer

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